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I paletti fissati tra azienda, sindacati e ministero dello sviluppo economico erano abbastanza chiari. Oggi, di quell’accordo non resta che l’inchiostro o poco più. Il milione di tonnellate previsto tra i volumi produttivi non sarà raggiunto. I livelli occupazionali zoppicano (rispetto al quadro di 2.350 lavoratori tra operati, impiegati e quadri, mancano all’appello 26 operai) e – di conseguenza – trema anche l’imponente indotto che ruota attorno alla grande fabbrica di viale Brin: cento aziende e oltre 1.500 lavoratori che guardano al futuro con sempre maggiore incertezza.

Non è un bilancio positivo quello che esce alla fine del faccia a faccia tra l’amministratore delegato di Acciai speciali Terni, Massimiliano Burelli, e le segreterie territoriali di Fim, Fiom, Uilm, Fismic, Ugl e Usb. Sul tavolo della discussione una serie di elementi a partire dalla procedura per la vendita del sito.

La direzione aziendale ha spiegato che dal 1 ottobre 2020 Ast sarà all’interno del divisione multi-track. Tra ottobre e dicembre si procederà alla individuazione di una banca di affari tra ottobre e dicembre. È questo il passaggio che di fatto avvia la procedura vera e propria ma che arriva in ritardo rispetto all’agenda che venne invece fissata a luglio al Mise e che prevedeva che questa fase si sarebbe compiuta in questo mese di settembre.

Un allungamento che fa suonare un primo allarme, che diventa ancora più insistente nel momento in cui la stessa direzione aziendale ha annunciato che non ci sarà alcun rinnovo rispetto all’accordo di programma in scadenza il 30 settembre. Accordo di programma che, di fatto, rappresentava una cornice di garanzia (o quasi) dentro la quale incastonare la fase di transizione che porterà Ast da Tk alla nuova proprietà.

Se dunque è stato anche anticipato un incremento dei volumi produttivi fra ottobre e novembre, sembra manchino numeri certi e – soprattutto – la soglia del milione di tonnellate è irraggiungibile.

Altro elemento di forte perplessità è quello legato ai livelli occupazionali. I sindacati hanno dunque giudicato “pericolosa e non accettabile la preclusione dell’azienda nel rispettare i livelli occupazionali previsti, visto anche il non rinnovo di 17 lavoratori somministrati e i continui spostamenti del personale, che aumentano lo stato di preoccupazione e incertezza dei lavoratori. Il reintegro e il rinnovo dei contratti di somministrazione si rendono, invece, necessari a garantire gli organici tecnologici anche in vista dell’aumento dei volumi e dei futuri assetti industriali”. 

Le segreterie territoriali hanno perciò chiesto il “rispetto dell’accordo in scadenza il 30 settembre 2020. L’azienda – fanno sapere le segreterie territoriali – in riferimento al contesto generale e di vendita non si è resa disponibile a tale soluzione, né ad impegnarsi con un nuovo piano per il futuro”. E in questo quadro, le organizzazioni sindacali si rendono “indisponibili, al di là del blocco dei licenziamenti, a discutere qualsiasi tipo di ristrutturazioni che preveda esuberi di personale operaio, impiegato e quadri e contestualmente invieranno la richiesta di ultra-attività degli accordi relativamente alla parte economica”.


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Quella che viene contestata è dunque la mancanza di un “progetto industriale” a fronte della quale viene chiesto “a partire da domani, di impegnare tutti gli attori deputati a garantire il futuro certo dello stabilimento, con la consapevolezza che la fase di transizione può essere pericolosa se gestita in maniera unilaterale da parte dell’azienda”.

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Fonte articolo Terni Today

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